Nella misura in cui sempre più io diventavo metallico, nella stessa misura si gonfiava la scena dinanzi ai miei occhi. Lo stato di tensione ormai era disegnato così sottilmente che l’introduzione di una sola particella estranea, anche d’una particella microscopica, diciamo, avrebbe sconquassato ogni cosa. Per una frazione di secondo, forse, provai quell’estrema chiarezza che all’epilettico, dicono, è dato di conoscere. In quel momento persi completamente l’illusione del tempo e dello spazio: il mondo spiegò il suo dramma simultaneamente, lungo un meridiano che non aveva asse. In quella specie di eternità, arrischiata come in punta al grilletto più sensibile di un’arma, sentivo che ogni cosa aveva la sua giustificazione, la sua giustificazione suprema; sentii le guerre dentro di me che s’erano lasciate dietro questa polpa, quest’alga; sentii i delitti che bramavano di emergere domani con strepito d’urla; sentii la miseria che si macinava da sè con pestello e mortaio, la lunga opaca miseria che sbava via nei fazzoletti sporchi. Sul meridiano del tempo non c’è ingiustizia; c’è soltanto la poesia del movimento, che crea l’illusione della verità e del dramma.